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DIMENTICATEMI!

La scomparsa di Arturo Del Sole, il più grande calciatore del mondo, diventò un mistero globale. Ma dietro il mito si nascondeva solo un uomo in cerca di libertà e pallone. Ecco il nuovo racconto estivo di Giulio Giusti.

di Giulio Giusti

All'inizio in molti pensarono a una trovata pubblicitaria. Poi col passare dei giorni non si parlò d'altro e tutte le polizie del mondo unirono le forze per cercarlo. Arturo Del Sole, ritenuto a soli 27 anni uno dei più forti calciatori di tutti i tempi, era scomparso. Il campione aveva salutato il suo pubblico con una foto e un messaggio inquietante su tutti i suoi canali social, dove appariva una sua foto di spalle con indosso la maglietta biancoverde a strisce verticali della sua prima società, il San Patufio, un trolley nella mano sinistra e un vecchio pallone con pentagoni neri ed esagoni bianchi incastrato tra il braccio e il fianco destro. Sotto l'immagine campeggiava la scritta: DIMENTICATEMI!

Lo stesso messaggio l'aveva mandato via WhatsApp ai genitori, alla sorella, al suo primo allenatore, che per lui era stato come un padre, ai migliori amici, al giornalista che aveva scritto la sua biografia e alle tre fidanzate ufficiali. Di compagne ne aveva tre perché tutte accettavano di buon grado la presenza delle altre per la visibilità che dava loro l'unione con Arturo e il ritorno economico dallo stare col calciatore più ricco del pianeta. Anche al campione stava bene così perché il rendere pubblica questa trigamia evitava all'origine problemi di gelosia. Su di lui erano partite anche crociate mediatiche da parte degli immancabili moralisti ma Arturo non leggeva nulla che lo riguardasse e viveva solo nel suo mondo. A lui interessava solo fare gol.

A 27 anni, arrivato ben oltre l'apice del successo e aver stravinto tutto il vincibile: mondiale con la nazionale, 5 Champions League e cinque palloni d'oro uno dietro l'altro, scudetti, coppe e coppette, decise di sparire nel nulla. Un mese dopo si scoprì che aveva depositato una scrittura privata da un notaio dove lasciava tutti i suoi averi (soldi in banca, titoli, azioni e patrimonio immobiliare) divisi tra genitori, sorella, nipoti, fidanzate e alla società calcistica e alla parrocchia del San Patufio, oltre a una cospicua parte da donare in beneficenza. Nella stessa scrittura specificava di godere di ottima salute e che il suo più grande dolore sarebbe stato non vedere per lungo tempo le persone a lui care. Chiese espressamente scusa ai genitori ma non ce la faceva più. In questa fase della vita voleva solo isolarsi da tutto e da tutti, andando in un luogo dove non l'avrebbe trovato più nessuno. Incaricò sua sorella di gestire tutte le attività di merchandising legate al suo nome (come vendita di magliette, diritti su eventuali film o documentari), specificando che i proventi dovevano essere tutti devoluti a degli ospedali pediatrici e a delle associazioni che si occupavano di combattere la fame nel mondo. La lettera era chiusa da un laconico: "non preoccupatevi per me e, soprattutto, DIMENTICATEMI, ora voglio ricominciare a giocare a pallone". Nella lettera depositata dal notaio era anche specificato che finiva il suo rapporto col suo procuratore Gaston Veiga e che sua sorella si sarebbe incaricata di liquidare, come da contratto, il rapporto tra lui e l'agente.

Dopo la pubblicazione delle sue volontà, la situazione si fece più chiara. Era emerse la frattura tra lui e Gaston Veiga, legata alle pressioni che quest'ultimo stava esercitando per farlo trasferire nel campionato arabo dove avrebbe percepito un contratto da 70 milioni di euro all'anno per 10 anni. Il club saudita avrebbe inoltre versato un miliardo di euro al Manchester City proprietario del suo cartellino. Un affare stellare che avrebbe fatto tutti ricchissimi: Manchester, procuratore e il campionissimo. Ma, in realtà, Arturo non ne poteva più di sentir parlare solo di soldi e capì che era diventato schiavo del mondo dorato che si era costruito intorno. Tutti spingevano per un suo sì all'Arabia ma si sentì inghiottito da un sistema che non poteva più controllare e proprio per questo aveva deciso di scappare. Come aveva deciso di fuggire dalle tre fidanzate e dal vortice di parassiti che si era creato intorno alla sua persona. Ma, soprattutto, gli faceva schifo quello che era diventato il calcio, come si seppe più tardi da François Renard, un suo vecchio compagno di squadra col quale si era confidato. Per il lui il pallone era solo istinto e talento, odiava tutti i dibattiti sui moduli di gioco e la maggior parte degli allenatori e le loro riunioni tecniche. A 27 anni aveva segnato quasi 600 gol in carriera, per lui erano solo i suoi gol e la sua classe a dare un senso agli schemi non il contrario. Non sopportava più sentir parlare del bel calcio. Per lui nel football contavano solo il talento dei singoli e una buona difesa. Per questo era odiato dai suoi allenatori che, però, non potevano farne a meno.

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Il calcio è come una crostata. Giulio Giusti racconta Osvaldo Bagnoli - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Dietro l'impresa del Verona campione d'Italia nel 1985 c'è la semplicità e la complessità di Osvaldo Bagnoli, raccontate da Giulio Giusti nel suo ultimo libro. 


Ma dove era finito Arturo Del Sole? Non era così facile scappare per uno degli uomini più famosi del mondo. In più, la sua scomparsa ne aveva ingigantito il mito e le immagini con i suoi gol rimbalzavano tra la rete e le televisioni. La sua scelta drastica l'aveva trasformato in una leggenda. Venne avvistato nelle più svariate parti del mondo, ma erano tutti falsi allarmi; di Arturo non c'era traccia.

Passarono gli anni, e il suo mito s'ingigantì. Ne passarono venti fino a quando il suo vecchio compagno di squadra François Renard, il portiere del Manchester City dove giocava anche Arturo, si trovò per lavoro in Australia. François una volta smesso di giocare si era trasformato in un uomo d'affari che girava il mondo, la sua specialità erano le fusioni societarie. Anche lui si era stufato del calcio ed aveva fatto tesoro della storia di Arturo. Renard si trovava a Perth per una grossa operazione bancaria e il giorno dopo avrebbe avuto l'incontro decisivo. Così per rilassarsi era andato a fare una corsetta nello splendido Kings Park di Perth, uno dei parchi più belli ed estesi del mondo.Correndo fu attratto da un gruppo di ragazzi che giocavano a pallone e in mezzo a loro un uomo di quasi 50 anni che spiccava per un talento fuori dal comune. Per un attimo gli sembrò di riconoscere Arturo delle movenze famigliari: il tocco di palla, il sinistro fatato, il gioco di finte. "Per la miseria – esclamò – ma quello è Del Sole!" Poi guardandolo meglio pensò che non potesse essere lui perché era pieno di tatuaggi, quando notoriamente Arturo era contrario a qualsiasi tipo di disegno sulla pelle, anzi criticava i compagni che ne erano pieni. Inoltre aveva i capelli cortissimi, quando Arturo li aveva sempre portati lunghi raccolti in una coda. Però quel sinistro poteva averlo solo lui e i ragazzi, molto più giovani, non riuscivano a stagli dietro.

François si avvicinò al gruppetto e chiese se poteva unirsi a loro. "Da giovane giocavo a pallone" – disse – "e non ero per niente male". Quando si trovò faccia a faccia con l'uomo tatuato non ebbe più dubbi, anche se Arturo aveva gli occhi neri e il suo sosia azzurri. I due si guardarono, bastò un attimo. Il cinquantenne che stava dando spettacolo era Arturo. François voleva salutarlo affettuosamente ma capì che così davanti a tutti era meglio di no. Tutti avrebbero capito ed era giusto rispettare l'anonimato dell'amico.

Alla fine della partita i due si potettero finalmente abbracciare.

"Ma che fine hai fatto? Come ti sei conciato? Che ci fai qui? Come stai? Siamo tutti in pena per te" Disse François sommergendo l'amico di domande.

"Tutto bene, François, sto benissimo. Ho cambiato subito aspetto per non farmi riconoscere. Tatuaggi, lenti a contatto colorate, capelli rasati a zero, fanno parte del nuovo look, o meglio di Vincenzo Abate, la mia nuova identità. Faccio il barman, era il mestiere di mio nonno e anch'io l'ho fatto da ragazzino. Giro il mondo, ogni anno cambio paese. Quando non lavoro cerco un campetto dove giocare. L'ho scritto nelle disposizioni: volevo solo ricominciare a giocare pallone. Tu, piuttosto, che fai?"

"Sono un uomo d'affari – rispose François – domani ho una grossa operazione bancaria, la fusione di due colossi. Chiusa questa penso di smettere, non mi piace più".

"François, ho messo su una squadretta, a noi servirebbe un portiere, mi sembra che te la cavi ancora bene. Ora, però, devo andare, questo è il mio numero di telefono" disse Arturo porgendogli un biglietto e raccomandandogli prima di salutarlo "non darlo a nessuno!"

François Renard vide allontanarsi il vecchio amico e poi guardò quel biglietto da visita "Vincenzo Abate – global bartender". L'ex portiere decise che il giorno seguente sarebbe stata la sua ultima uscita da uomo d'affari, era pronto per tornare in campo.

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