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"Il tempo del soccer. Passato, presente e (possibile) futuro del calcio negli Stati Uniti"

Alessandro Vinci riflette sul football nella patria che issa la bandiera a stelle e strisce 

"Il calcio e gli Stati Uniti: il più amato degli sport e il più potente dei Paesi. Universi tanto distinti quanto distanti, quantomeno nella percezione comune. In vista degli imminenti Mondiali 2026, che saranno i più grandi di sempre, la domanda sorge quindi spontanea: perché quella che viene riconosciuta come la principale sports nation del pianeta (e che vanta un'indiscussa supremazia in tanti altri campi di rilevanza globale) non è ancora riuscita a ritagliarsi un ruolo di primo piano anche nella disciplina più popolare e praticata in assoluto? Cosa ha impedito al calcio maschile di imporsi tra la East e la West Coast sulla concorrenza di baseball, football, basket e hockey su ghiaccio? E, in definitiva, cosa manca davvero agli Usa per effettuare il decisivo salto di qualità sul rettangolo verde così come è accaduto in ambito femminile già nei primi anni Novanta?".

Questi e altri interrogativi sono contenuti nel libro scritto da Alessandro Vinci, giornalista padovano, talento e stile, del "Corriere della Sera", membro della Società Italiana di Storia dello Sport (SISS) e della Society for American Soccer History (SASH), e che in bacheca tra gli altri riconoscimenti ha i premi giornalistici "Rossella Minotti" ed "Estra per lo Sport". Invitiamo innanzitutto a leggere il libro edito da Ultra Sport e per ingannare l'attesa diciamo la nostra.

Il calcio sarà mai al primo posto negli sport americani?

Gli States non nascono con il calcio e nonostante a distanza non lontanissima da quel maledetto Usa 1994 saranno di nuovo sede dei campionati mondiali non sono ancora riusciti a far entrare nelle famiglie, nelle scuole, nelle case la "religione" del pallone. Chissà ma intanto è così. E mentre noi in Italia ci interroghiamo sul principio inverso, ovvero non essere capaci nonostante gli anni migliori di sempre del nostro tennis, nonostante una sfilza di trofei nella pallavolo maschile e femminile, nonostante abbiamo avuto i fratelli Abbagnale nel canottaggio e il Settebello nella pallanuoto, a diversificare le passioni sportive, negli Stati d'Uniti d'America il pallone fatica a rotolare nelle menti e nei cuori di chi nasce in Florida, in California, in Texas e così via. Una spiegazione elementare è proprio il poco spazio libero.

La religione americana è innanzitutto una: il basket

In una terra così fortemente caratterizzata dal basket, il calcio non raggiunge mai il primo posto in cima ai pensieri. Per un "classico" americano la nostra serata di calcio in tv con gli amici a guardare il posticipo, la stracittadina, il derby di Roma si traduce nella stessa liturgia ovvero il divano, gli amici, birra e stuzzichini mentre ci si agita dinanzi a televisori sempre più grandi e sempre più parenti di una sala cinematografica con la finale Nba, con le superclassiche tra Lakers e Bulls, tanto per rimanere nella tradizione, anche se negli ultimi anni sono altre le città americane che stanno dettando legge nella pallacanestro. Per un "classico" americano il terrazzino, il campetto di quartiere, l'area parrocchiale dove si gioca a calcio sin dall'età più tenera si traduce nei medesimi spazi ma per tirare una palla arancione a spicchi in un canestro. E quando si vuol diversificare la propria passione sportiva a New York piuttosto che a Boston si affacciano con orgoglio partite di football americano (nome omen…), fenomeni mediatici mondiali come il Super Bowl, match imperdibili a rincorrere una palla ovale protetti dal casco.

Al cinema con Al Pacino: football sì ma americano mica il calcio

Non è un caso che un film cult incentrato sulla simbologia sportiva come metafora anche di vita "Ogni maledetta domenica" con Al Pacino si ambienti in un campo di football americano e non su un rettangolo di gioco dal prato verde undici contro undici a rincorrere un pallone a scacchi. "In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro...". Al Pacino è un monumento del cinema, ma anche noi dalle nostre parti non ci possiamo lamentare. Abbiamo uno come Toni Servillo che non è da meno.

Toni Servillo: "Il pareggio non esiste",

"Il pareggio non esiste", "La verità è che il calcio è un gioco e tu sei fondamentalmente un uomo triste", sono parole sue tratte da una pellicola altrettanto capolavoro come "L'uomo in più" di Paolo Sorrentino, ma vedete? Si tratta il calcio, mica il basket, il rugby o il golf, ma il calcio. Il calcio per noi è dentro di noi, parte di noi italiani. Il basket, al limite il football americano, e perché no anche il baseball sono, invece, parte di loro, dei connazionali di Donald Trump e di Papa Leone XIV. E chissà se e cosa cambierà. Vabbè intanto una cosa è certa, Alessandro Vinci ha scritto uno splendido libro e come si legge nella presentazione "Il tempo del soccer si propone di dare risposta a questi interrogativi ripercorrendo le fasi salienti della – in verità lunga – storia del pallone a stelle e strisce e analizzando lo stato attuale del movimento con il supporto di esperti del calibro di Federico Buffa, Charlie Stillitano, Christian Lattanzio, Vanni Sartini, Ferdinando De Matthaeis, Giorgio Chiellini, Christian Pulisic e Alexi Lalas".

Buona lettura! 

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