Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo
Menu
Post Image

La ricerca dell'equilibrio

La tragica fine di un uomo devoto alla scuola e alla disciplina in un'epoca di mutamenti sociali e tecnologici, nell'ultimo racconto di Giulio Giusti.  

Era prossimo alla pensione Roberto Righi, dopo oltre 40 anni dedicati alla scuola. Prima come professore e poi da preside, anzi da dirigente scolastico, come si dice da un po' di tempo. Anche se lui amava il vecchio termine: preside. Era bellissima per lui la parola "preside". Aveva un senso di autorità. Poi gli piaceva essere chiamato "signor preside" e in quel ruolo risolvere i piccoli e grandi problemi di una scuola. Amava quella parola anche perché gli ricordava gli anni, per lui bellissimi, del liceo e la figura del suo preside: il professor Massimo Leone, un uomo con la schiena dritta, onestissimo, intransigente quando serviva ma al tempo stesso comprensivo con chi se lo meritava, ma soprattutto equilibrato, la dote che Roberto Righi più ammirava in un uomo. Per questo, una volta ripercorse le orme del suo maestro, cercò di ispirarsi in tutto e per tutto a lui.

Righi aveva lasciato un buon ricordo in tutte le scuole dove era stato. Da un po' di tempo, però, nella parte finale di una carriera immacolata qualcosa non gli tornava. Aveva un cruccio: era cambiato lui o erano cambiati i tempi? Dopo mille esami di coscienza, convenne che lui era sempre lo stesso ma qualcosa nei giovani stava mutando. Eppure aveva sempre cercato d'intercettare in anticipo gusti, mode, tendenze, nemmeno se lavorasse nell'alta moda, e riuscendo, quasi sempre a sintonizzarsi con tutte le generazioni che si affacciavano nelle aule dove prima insegnava e che poi sovrintendeva.

Roberto era, da oltre 10 anni, il dirigente scolastico del Liceo Classico Claudio Rutilio Namaziano di San Patufio e qui avrebbe finito la sua carriera. Ora, il problema maggiore che doveva fronteggiare era comune a quella di tutte le altre scuole d'Italia: l'uso esagerato dei cellulari, la distrazione che creavano nelle classi e l'utilizzo improprio nei compiti in classe, dove venivano adoperati per copiare e passarsi i compiti con grande velocità. Soprattutto i professori di Latino e Greco del suo istituto gli avevano fatto presente che ormai i ragazzi, durante le verifiche delle due materie, scaricavano da internet le traduzioni o si facevano aiutare esternamente da qualche amico. Per mettere un freno a tutto ciò, Roberto Righi provò a parlare amichevolmente agli studenti. Dopo averli riuniti tutti nell'Aula Magna della scuola, iniziò un dialogo aperto con i giovani (del resto, aveva sempre creduto nel dialogo), ma alcuni di essi, davanti alle sue domande, arrivarono persino a ridergli in faccia. Allora, Roberto capì che bisognava cambiare registro e decise che da quel momento in poi, prima di ogni compito, avrebbe sequestrato lo smartphone a tutti. La consegna sarebbe avvenuta in sua presenza nella sala riunioni della scuola. La notizia finì anche sui giornali locali con la foto del dirigente scolastico in prima pagina. In più, il dirigente scolastico, intervistato su quel provvedimento, lanciò un motto: "Spegniamo i cellulari e apriamo i cervelli". Immediatamente, questa frase scatenò le proteste di alcuni studenti della scuola, capeggiati da Gianni Polidori, un sedicenne molto popolare tra i coetanei. Gianni era una promessa del calcio: giocava nel San Patufio e aveva già esordito in serie C. Le sue qualità erano state notate addirittura dal Bayern di Monaco che l'aveva acquistato e nei mesi seguenti l'avrebbe portato in Baviera. Le ragazze erano pazze di Polidori, alto, atletico, bellissimo, e per i ragazzi era un idolo. Andava a scuola solo perché obbligato dai genitori. Una volta trasferitosi in Germania avrebbe abbandonato, con sua grande gioia, il liceo Classico Claudio Rutilio Namaziano e si sarebbe trasferito in una scuola privata tedesca. Polidori sui suoi profili social lanciò una campagna d'odio contro Righi che i vertici scolastici sottovalutarono.

Roberto Righi non si curò delle offese che rimbalzavano e si moltiplicavano in rete. Anzi, era fiero della sua scelta ed era sicuro che anche il suo maestro, il preside Massimo Leone, l'avrebbe appoggiata in toto.

Pochi giorni dopo si tenne il primo compito in classe con le nuove regole. Come concordato, il dirigente aspettò gli studenti nella sala riunioni e i ragazzi, uno alla volta, dovevano sfilare davanti a lui e lasciare sul tavolo il cellulare. Insieme a Righi era presente a coadiuvare le operazioni la professoressa di Greco Claudia Poggiali e il bidello Vito Clemente. I giovani iniziarono così a depositare disciplinatamente gli apparecchi sul tavolo. Quando, dopo la quarta consegna, la professoressa fece notare al dirigente: «Ci stanno prendendo in giro: mettono sul tavolo dei modelli vecchissimi e si tengono il telefono che realmente utilizzano addosso».

A quel punto Roberto Righi esplose e iniziò a urlare contro gli studenti: «Ora basta, non prendetemi in giro! Voglio i telefoni! I telefoni!» Poi, fissò Gianni Polidori, che era il prossimo ragazzo che doveva consegnare il cellulare. Polidori porse al dirigente scolastico un vetusto Nokia, accompagnando la consegna con un ghigno. Righi, sempre più innervosito da quel comportamento, si avvicinò a Polidori iniziò a perquisirlo e gli tirò fuori da una tasca un Iphone nuovo fiammante. Il dirigente impugnò l'apparecchio e iniziò ad agitarlo con la mano destra per aria. «Visto? Avete visto? Non mi fate fesso!»

«Lei, non può fare questo». Gli urlò in faccia Polidori col sostegno degli altri studenti, che iniziarono a inveire contro Righi. Il clima stava diventando sempre più incandescente. Polidori si avventò sul dirigente per strappargli l'Iphone. Il ragazzo sfiorava il metro e novanta, contro il metro e sessantacinque del dirigente, ed era muscolosissimo. Nello scontro tra i due, Righi crollò a terra, lasciando cadere l'Iphone che sbatté violentemente sul pavimento con lo schermo che si scheggiò irrimediabilmente. Gianni Polidori, imbestialito perse il controllo:

«1.500 euro di telefono! 1.500 euro di telefono mi hai distrutto, vecchio stronzo!»

Intanto Righi si rialzò e provò a replicare: "Guarda che sei stato tu a farmi cadere".

Polidori prese allora uno dei telefoni che i suoi compagni avevano poggiato sul tavolo in precedenza. Si trattava di un vecchio Motorola Startac un gioiello tecnologico quando uscì, solo un oggetto pesantissimo oggi, che Polidori scagliò con violenza contro Righi, colpendolo in piena fronte. Il dirigente barcollò e poi cascò a terra per rialzarsi, aiutato dalla professoressa Poggiali, con una profonda ferita sulla faccia.

Una parte della scolaresca prima iniziò a ridere poi, imitando Polidori, prese a lanciare i vecchi telefoni che si era portata appresso contro il dirigente. Un vecchio Panasonic acciaccò il naso di Righi, mentre un datato Sony-Eriksson rese ancora più profonda e sanguinante la ferita inferta dal primo lancio di Polidori. Altri sei o sette telefoni colpirono come una scarica di mitra la testa del malcapitato che si accasciò al suolo come un burattino al quale erano stati tagliati i fili. Inutili furono le urla della professoressa Poggiali e l'intervento di altri docenti.

Solo la vista del corpo riverso a terra e privo di vita del dirigente scolastico col volto che era una maschera di sangue zittì tutti. Intanto, uno dei ragazzi aveva ripreso tutto l'accaduto col suo telefono e fiero della ripresa effettuata aveva già postato il video sui suoi canali social. Arrivò l'ambulanza, ma ormai era troppo tardi, Righi era diventato il primo uomo della storia lapidato dagli smartphone. Arrivarono i Carabinieri e arrivarono anche le televisioni. Non si parlò di altro per lungo tempo. Sociologi, psicologi, politici e tuttologi di professione vomitarono le loro sentenze per giorni e giorni. La sentenza, invece, che colpì Gianni Polidori fu molte lieve, perché non si poteva stabilire di chi fosse realmente la colpa della morte del dirigente scolastico. Il ragazzo dopo meno di due anni riprese a giocare e arrivò pure in nazionale nell'approvazione generale.

A Roberto Righi dedicarono una piazza di San Patufio e il liceo classico che da quel momento si chiamò: Liceo Classico Claudio Rutilio Namaziano – Roberto Righi. Nella scuola troneggiava nel lungo corridoio che portava alle aule anche un busto del dirigente recante la seguente scritta: "Aldirigente scolastico Roberto Righi, morto per la difesa dell'istruzione e dell'educazione e alla perenne ricerca dell'equilibrio". In fondo al busto fu apposta una frase, tanto cara a Roberto, tratta dall'Etica Nicomachea di Aristotele:

"È il giusto mezzo che bisogna scegliere, e non l'eccesso né il difetto, poiché il giusto mezzo è come la retta ragione dice." 

"I Punkinari": il calcio, l'ironia e la voglia di ...
"Oscar Massei: L'Oriundo, Il Capitano, L'Esempio",...
 

Commenti (0)

  • Non ci sono commenti. Inserisci un commento per primo.

Lascia un commento

Immagine Captcha

Accettando accederai a un servizio fornito da una terza parte esterna a https://il-catenaccio.it/

Like what you see?

Hit the buttons below to follow us, you won't regret it...