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Un cane contro i femminicidi

Nils Liedholm a volte faceva allenare i suoi giocatori contro un cane. "Dribblare un cane – sosteneva il Barone - è la cosa più difficile che ci sia. Anzi, è quasi impossibile, perché il cane punta la palla e ve la toglierà sempre dai piedi". 

di Giulio Giusti

Mai sottovalutare il prossimo. Neppure se pensi che sia uno stupido animale che sa solo rispondere a dei semplici comandi ed è contento unicamente quando gli lanci una pallina.

Tra tutti i fidanzati che aveva avuto Luisa, Michele, all'inizio, era quello che non sopportavo perché mi sottovalutava. Credeva che fossi uno stupido. Col passare del tempo, il nostro rapporto diventò ancora più brutto. Le mie sensazioni iniziali non erano sbagliate, Michele era molto peggio di come me l'immaginassi.

Mi chiamo Ragù perché quando mi trovarono abbandonato in un cassonetto sembravo discendere da mille razze con tanti colori mischiati tra loro. Solo dopo scoprirono da un veterinario che ero quasi un bellissimo esemplare di australian shepherd, comunemente noto come pastore australiano. "Quasi" perché mio padre era un australian che durante una scappatella mise incinta una meticcia. Il padrone di quest'ultima per disfarsi dei cuccioli, gettò me, i miei fratellini e le mie sorelline nei cassonetti. Ci salvammo solo io e mia sorella Ombra, grazie a Francesco, il padre di Luisa, che, mentre andava a buttare la spazzatura, sentì il nostro pianto disperato. Se non fosse passato lui, io e Ombra saremmo sicuramente morti dentro quel cassonetto. Devo tutto a Francesco e anche a sua figlia Luisa che s'innamorò subito di me e io di lei. Luisa all'epoca era ancora una bambina e quando dieci anni dopo andò a vivere da sola e mi porto con sé, io non ero più un cucciolo, mentre lei era diventata una donna. Ombra, invece, rimase a vivere coi genitori di Luisa.

Siamo sempre stati bene io e la mia padrona. Ammetto di essere sempre stato un po' geloso di lei, per questo non sono mai andato troppo d'accordo con i suoi fidanzati. Anche se il primo, Fausto, in fondo era un bravissimo ragazzo, mi voleva bene e mi faceva fare delle bellissime passeggiate. Amava i cani, Fausto, non come Michele. Ammetto, non lo sopporto proprio. La cosa è reciproca lui odia e disprezza i cani, così odia e disprezza anche me. E poi tratta male Luisa. Soprattutto, è gelosissimo senza averne motivo. La mia padrona ha solo la colpa di essere una bellissima ragazza. Lui si arrabbia se esce con le amiche o mette una gonna troppo corta. Michele, poi, è un montato, si crede bello e intelligente, quando, nella realtà non capisce niente. Passa le giornate a guardarsi allo specchio e a postare cose stupide sui suoi canali social. Avete mai visto un cane perdere tempo sui social? Michele è un calciatore famoso, la sua fama è direttamente proporzionale alla sua stupidità. Lui mi tratta da cretino, ma non immagina quello che penso io di lui. Ma tutto questo non sarebbe importante. A me non importa nulla di quello che pensa lui di me. A me non importa nulla di quelli che disprezzano i cani. A me, come a tutti i cani, interessa una cosa sola: il benessere del proprio padrone. Il nostro è un amore incondizionato. Se sta bene Luisa, sto bene io. Se sta male Luisa, sto male io. Però, se Michele tratta male Luisa, io non sto male, io m'incazzo. Perché sono un cane da pastore e il mio gregge da proteggere, a costo della vita, è composto da Luisa e dai suoi famigliari. Luisa segue spesso in televisione i dibattiti sui femminicidi. Io, al riguardo, avrei una soluzione e se potessi scrivere o parlare l'esporrei al mondo: mettete un cane accanto a ogni donna. I femminicidi o le violenze domestiche calerebbero drasticamente e calerebbero anche gli abbandoni dei miei simili.

Michele da un po' di tempo stava andando veramente oltre: insulti, offese e minacce per qualsiasi sciocchezza. Luisa non poteva più, non aveva la forza e il coraggio di lasciarlo, ne parlava alle amiche. Io, stando sempre con lei, ascoltavo tutte le sue telefonate. Non ne parlava, purtroppo, con suo papà Francesco. Lui sì che avrebbe risolto tutto. Nemmeno a Francesco piaceva Michele e poi aveva capito che non piaceva a me. «Luisa – diceva alla figlia – ricordati: i cani non sbagliano mai. Michele non va a genio a Ragù. Quel ragazzo ha qualcosa che non va».

E' vero: un cane percepisce meglio di ogni altro essere vivente una situazione di pericolo. Ad esempio, la mia sorellina Ombra, l'orgoglio della famiglia, collabora con i Vigili del Fuoco per le ricerche e il soccorso dei dispersi.

Avevo capito da tempo che Michele era pericoloso e che prima o poi dalle offese sarebbe passato ad altro. Avevo messo in atto tutte le mie capacità per farlo capire a Luisa. Ogni volta che vedevo Michele ringhiavo e non mi facevo mai avvicinare da lui. Mi frapponevo sempre tra loro due. Ogni volta che lo facevo Michele mi allontanava con un calcio, scatenando la reazione in mia difesa di Luisa. Per questo motivo litigavano spesso. Luisa piangeva sempre più di frequente e mi abbracciava di continuo per trovare conforto.

Io sapevo che quel brutto giorno sarebbe arrivato e mi ero preparato. Ormai non ero più un cucciolo e neppure un adulto, ero solo vecchio, come può esserlo un cane a 14 anni. Ma sapevo bene quale era la mia missione: difendere Luisa fino alla fine dei miei giorni da quell'individuo. Quel giorno arrivò. La mattina Luisa mi aveva portato dal veterinario perché da un po' di tempo mi vedeva affaticato. Dalla faccia e dalle parole del dottor Schiraldi, che mi seguiva da quando mi avevano trovato nel cassonetto, capii che la situazione era critica. Dovete sapere, poi, che i cani capiscono molto più vocaboli di quelle che immaginiate. Un cane vi ascolta quando parlate e immagazzina un'enorme quantità di termini. Capii benissimo queste parole: problema, cuore, sforzo, pericolo, scompenso, cardiaco. Dedussi che avevo un serio problema al cuore e dovevo evitare gli sforzi. Nel tragitto dallo studio del veterinario all'abitazione, Luisa mi riempì di coccole. Quando tornammo a casa mise la mia copertina preferita sul divano, si sdraiò accanto a me e mi accarezzò a lungo. Mangiammo insieme sul divano e nel pomeriggio Luisa accese la televisione per vedere Michele, impegnato in un'importante partita di campionato. La sua squadra giocava in casa e in serata sarebbe venuto da noi. A seconda dell'esito della partita cambiava l'umore di Michele: se giocava bene e la sua squadra vinceva era allegro e, pur non considerando ugualmente Luisa, non la trattava male, l'ignorava e basta, passando la serata a chattare con compagni e tifosi suoi amici. Avete mai visto un cane chattare? Se, invece, la partita andava male, diventava intrattabile e violento, sia verbalmente che fisicamente.

Quel maledetto pomeriggio, non solo la squadra di Michele perse, ma fu sconfitta per colpa sua. Si fece espellere per uno stupido fallo di reazione e lasciò dopo pochi minuti i suoi in inferiorità numerica. Quando arrivò a casa si scatenò l'inferno. Luisa l'abbracciò subito per cercare di rincuorarlo, lui l'allontanò in malo modo e iniziò a offenderla: «Non capisci nulla, lasciami in pace!» Vedendo piangere Luisa dopo le sue parole, diventò tutto rosso in volto e iniziò a schiaffeggiarla selvaggiamente, facendola cadere terra. A quel punto intervenni, con un balzo gli saltai addosso e lo sdraiai sul pavimento. Lui, da giovane e atletico, quale era si rialzò di scatto e mi sferrò un calcio violentissimo sul tronco. Mi si annebbiò la vista e sentii un dolore fortissimo profondo scavarmi dentro. Mi stava cedendo il cuore, ma non poteva abbandonarmi proprio ora. Luisa, intanto, si era rialzata ed era corsa verso di me per soccorrermi. Michele glielo impedì, la sgambettò facendola ripiombare a terra e poi si scagliò di nuovo verso di lei per colpirla. Sentivo che le forze mi stavano abbandonando, ma dovevo recuperarne una minima parte per l'ultima missione. Michele era convinto di avermi tramortito. Io feci un respiro e pensai dove potessi fare più male a quel bastardo. Ebbi la forza di compiere un ultimo balzo sul suo volto e gli azzannai una guancia. Lui per il dolore crollò a terra e poi tirai l'ultimo morso della mia vita al rinomato piede sinistro di Michele. I miei denti affondarono così tanto sulla sua caviglia e sul collo del piede che sentii sbriciolarsi il suo arto sotto la mia bocca con i tendini che si laceravano. Lui spense la sua violenza e arroganza in un urlo belluino, non potendo più rialzarsi col piede ridotto in quelle condizioni. Lasciai la morsa con la certezza che quel delinquente non avrebbe più rimesso piede su un campo di calcio. Nel frattempo, Luisa aveva chiamato la Polizia ed era corsa a soccorrermi. Accoccolato tra le braccia di Luisia, come quando ero cucciolo, sentii il suono della sirena della volante farsi sempre più vicino. Morire non è mai bello, ma è un momento che ci aspetta tutti al varco. Ebbi la consolazione di andarmene nel modo migliore: tra le braccia della mia adorata padrona, dopo averle restituito quello che lei e suo padre mi avevano donato molti anni prima: la vita. 

DIMENTICATEMI!
Il calcio è come una crostata. Giulio Giusti racco...
 

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