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La nazionale femminile di calcio del Bangladesh ha fatto la storia tra violenze e intimidazioni

La nazionale femminile del Bangladesh si qualifica per la Coppa d'Asia tra minacce, proteste islamiste e silenzio del governo. 

Le calciatrici del Bangladesh hanno fatto la storia: per la prima volta parteciperanno alla Coppa d'Asia. Si tratta della prima partecipazione assoluta del paese – che con la selezione maschile non ha mai raggiunto l'obiettivo. 9 punti in tre partite, 16 gol fatti e solo 1 subito nel gruppo C, con Birmania, Bahrain e Turkmenistan, e pass staccato per il trofeo che si disputerà il prossimo anno in Australia (e che è dominato dalla Cina, in testa all'albo d'oro con 9 vittorie).

Si tratta di una pagina di storia che viene scritta nel momento più difficile per il calcio femminile nel paese. Negli ultimi mesi, infatti, si sono intensificate le violenze e le intimidazioni contro le donne che praticavano sport, in particolare calcio, in tutto il Bangladesh. Come si legge su The Diplomat, gruppi radicali islamici, a lungo considerati marginali, sono riusciti a impedire due partite amichevoli nel mese di gennaio, "alimentando il timore di una crescente talebanizzazione in quella che fino a poco tempo fa era considerata una nazione musulmana moderata, ancorata a una cultura sincretica basata sulla lingua liberale bengalese".

A fine gennaio, a Joypurhat, nord del Bangladesh, una partita è stata annullata a seguito di violente proteste di alcuni studenti di seminari religiosi, a cui si sono uniti attivisti radicali. La notizia è stata ripresa da Al Jazeera, che spiegava come la sede e le sue strutture fossero state vandalizzate. "Gli islamisti della nostra zona si sono radunati in un campo e hanno marciato verso il luogo dell'evento. Erano centinaia", ha dichiarato all'agenzia di stampa AFP l'organizzatore del torneo, Samiul Hasan Emon.

"Il calcio femminile è anti-islamico", ha spiegato invece Abu Bakkar Siddique, preside di una scuola religiosa locale, che ha dichiarato di essersi unito alla manifestazione insieme ai suoi studenti, agli insegnanti e agli alunni di diverse altre scuole religiose. "È nostro dovere religioso fermare tutto ciò che va contro le nostre convinzioni". Stessa cosa a Dinajpur, dove i manifestanti sono entrati in campo armati di bastoni. "La partita è stata sospesa mezz'ora prima dell'inizio previsto. Abbiamo dovuto spostare rapidamente le ragazze in un luogo più sicuro" ha raccontato l'insegnante Moniruzzaman Zia all'AFP.

Pronta la relazione della Bangladesh Football Federation, che attraverso il suo portavoce ha dichiarato: "Il calcio è per tutti e le donne hanno pieno diritto di praticarlo". Gli organizzatori, però, temono che incidenti simili siano solo l'inizio e che le ragazze cominceranno ad abbandonare il calcio, per paura o per pressioni familiari. Violenze simili si sono registrate anche nella sfera commerciale e culturale: a novembre, l'attrice Mehazabien Chowdhury è stata costretta ad annullare la sua presenza all'inaugurazione di uno showroom a Chattogram a causa di problemi di sicurezza in seguito alle proteste dei gruppi islamisti. Sempre a gennaio, a un'altra attrice, Pori Moni, è stato impedito di inaugurare un grande magazzino a Tangail. Stessa cosa accaduta alla collega Apu Biswas che ha dovuto annullare l'inaugurazione di un ristorante a Dhaka dopo che i leader religiosi locali avevano minacciato di scatenare il caos se avesse partecipato.

Intanto, il governo tace. E l'attivista e avvocata per i diritti delle donne Tania Amir lancia l'allarme: "Impedire alle donne di giocare a calcio è solo l'inizio. Questi fondamentalisti ora cercheranno di impedire loro di accedere all'istruzione e al mondo del lavoro". 

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