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Iran, la nazionale femminile in silenzio durante l'inno

Alla gara inaugurale in Australia le calciatrici iraniane restano immobili e mute prima del match contro la Corea del Sud. Un segnale forte nel pieno delle tensioni politiche e della guerra. 

La nazionale femminile di calcio dell'Iran si è rifiutata di cantare l'inno nazionale. Un gesto semplice, apparentemente silenzioso, ma carico di significato politico e umano. È accaduto poche ore fa, alla gara inaugurale della Coppa d'Asia femminile in Australia, un momento che avrebbe dovuto essere solo sportivo e che invece si è trasformato in un potente atto simbolico.

A riferirlo è il Guardian, che racconta: "Ogni membro della squadra è rimasto in silenzio, rivolto dritto davanti a sé, durante l'inno prima del calcio d'inizio della partita del Gruppo A contro la Corea del Sud, che ha poi vinto 3-0 al Gold Coast Stadium nel Queensland. L'allenatrice dell'Iran, Marziyeh Jafari, e le sue giocatrici hanno rifiutato di fare commenti sulla guerra e sulla morte dell'ayatollah Ali Khamenei".

Un silenzio compatto, condiviso, senza esitazioni. Nessuna mano sul cuore, nessuna parola intonata. Solo sguardi fissi davanti a sé. La partita, poi, ha raccontato un'altra storia sul piano tecnico: la Corea del Sud si è imposta con un netto 3-0. Ma il risultato sportivo è passato inevitabilmente in secondo piano rispetto alla forza del messaggio lanciato dalle iraniane.

Si tratta di una presa di posizione che calciatrici e atleti iraniani avevano già scelto fin dall'inizio delle proteste nel Paese. Oggi, con la guerra alimentata dalle bombe di Stati Uniti e Israele, quel gesto viene rivendicato con ancora maggiore intensità. Perché se la dittatura in Iran può dirsi formalmente conclusa, il futuro resta tutt'altro che rassicurante. Le tensioni interne e internazionali continuano a pesare sulla popolazione, e lo sport diventa uno dei pochi palcoscenici da cui lanciare un segnale al mondo.

A sottolineare il coraggio della squadra iraniana è stata anche la centrocampista australiana Amy Sayer, che ha dichiarato: "Il nostro cuore va a loro e alle loro famiglie. È una situazione difficile ed è davvero coraggioso da parte loro poter essere qui ed esibirsi. La cosa migliore che possiamo fare per dare il nostro contributo è semplicemente offrire loro la migliore partita di calcio possibile e mostrare loro il rispetto sul campo. Speriamo che la situazione migliori e che possano continuare a stare al sicuro in Australia".

Parole che raccontano solidarietà e rispetto, al di là del risultato. In Iran, dall'inizio delle proteste, sono morte oltre 30 mila persone. Tra queste, ne avevamo parlato qui, anche calciatori, allenatori, arbitri. Un'intera generazione segnata dalla violenza e dalla repressione.

Le calciatrici iraniane sono in Australia anche per loro. Giocano per chi non c'è più, per chi non può parlare, per chi ha pagato con la vita il desiderio di cambiamento. E prendono posizione con l'arma più potente che hanno scelto: il silenzio.

Un silenzio che fa rumore. 

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