Fuggita dal conflitto in Sud Sudan, Mary Edonga ha trovato nel calcio una via per ricostruirsi una vita e aiutare gli altri. Oggi è simbolo di integrazione alla Unity EURO Cup.
A soli 19 anni, Mary Edonga ha già attraversato più frontiere di quante molti attraverseranno in tutta la vita. Costretta a lasciare il Sud Sudan per sfuggire alla guerra civile, ha percorso oltre quattromila chilometri per raggiungere l'Irlanda del Nord. Oggi vive a Manchester, studia psicologia e counselling e, soprattutto, gioca a calcio.
Una passione che – come racconta alla UEFA – le ha cambiato la vita: «Il calcio mi ha dato tante competenze, soprattutto nel comunicare e nel capire meglio le persone».
Mary ha scoperto il pallone a Belfast, grazie a Street Soccer Northern Ireland, un'organizzazione che, in collaborazione con la Irish Football Association Foundation, utilizza il calcio per favorire l'integrazione dei rifugiati. «In Sud Sudan una ragazza non ha quasi mai la possibilità di giocare. Quando mi hanno offerto di entrare in squadra, ero felicissima».
All'inizio, il calcio è stato un modo per reagire alla solitudine. «Non conoscevo nessuno, il clima, la lingua, la cultura… tutto era nuovo. E non avevo molte persone su cui contare», ricorda. «È stato un periodo triste: non so ancora dove sia la mia famiglia. Ci hanno evacuati e ci siamo persi di vista». Ma quel campo di Belfast, con le sue linee bianche e i compagni di squadra, è diventato presto un rifugio.
Con il tempo, Mary è diventata una figura di riferimento nella sua comunità. Oggi è ambasciatrice dell'IFA Community Football, impegnata a promuovere l'inclusione e a far conoscere il valore dei rifugiati nel mondo dello sport. Ha rappresentato l'Irlanda del Nord in tre edizioni della Unity EURO Cup – in Germania, Svizzera e ora nei Paesi Bassi – un torneo organizzato da UEFA e UNHCR che riunisce rifugiati e comunità ospitanti da tutta Europa.
Durante l'edizione 2024, Mary ha preso la parola accanto a figure come la vicepresidente UEFA Laura McAllister e l'Alto Commissario ONU per i Rifugiati Filippo Grandi: «È stato uno dei momenti più difficili e più belli della mia vita. Ero nervosa, ma l'ho fatto. È stata un'esperienza che non dimenticherò». Oggi Mary continua a usare il calcio come strumento di crescita personale e collettiva. Tra università, attività nella chiesa di Manchester e programmi sociali per giovani e donne, la sua vita è piena di incontri. «Il calcio mi ha fatto conoscere persone da ogni parte del mondo: Germania, Somalia, Irlanda… ognuno con la propria storia da raccontare».
E in campo, la sua determinazione resta intatta: «Dopo il torneo dello scorso anno ho detto alla squadra che la prossima volta avremmo vinto. Ho messo un po' di pressione, ma ci crediamo ancora. Giochiamo per l'Irlanda del Nord, e speriamo di alzare il trofeo».
Nel sorriso di Mary c'è la prova che lo sport può essere molto più di una competizione: può diventare una lingua comune, un modo per ritrovare se stessi e costruire casa, anche lontano da casa.




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