Felicità e rabbia, paura e speranza. La storia di Sara Bjork Gunnarsdottir, che ha scritto una pagina di storia per i diritti delle calciatrici
È il 2 marzo 2021 quando Sara Björk Gunnarsdóttir, all'epoca calciatrice dell'Olympique Lione, scopre di essere incinta. Ha 31 anni, è alla sua terza stagione in Francia, dove ha già vinto una Champions League segnando in finale, dopo le quattro al Wolfsburg. Le due squadre che aveva sempre sognato da quando, in Islanda, aveva iniziato a giocare a calcio.
Sara Gunnarsdóttir fa il test di gravidanza di nuovo, dopo l'allenamento. Sarebbero dovuti passare due minuti, ne basta uno per avere il risultato: due linee blu. Incinta. "All'inizio l'unica cosa che provavo era la felicità, ma poi la realtà mi ha colpito – ha raccontato la calciatrice su The Players' Tribune – Adesso come reagirà la squadra?". Secondo un report del 2017 della FifPro solo il 2% delle calciatrici erano madri e il 47% delle calciatrici è stato costretto a ritirarsi in anticipo dallo sport per costruire una famiglia. "Avevo sempre desiderato un figlio. Io e il mio compagno Arni eravamo in una situazione favorevole ed eravamo felici. Ero all'apice della mia carriera e il Lione era la squadra dei miei sogni". C'è un grande "ma" nel racconto di Bjork Gunnarsdottir. Un "ma" che non si presenta subito, che aspetta, in agguato.
All'inizio la calciatrice tiene la gravidanza segreta. Informa il medico della squadra, ovviamente, e i fisioterapisti, ma non lo dice a nessuno. Passa un mese, continua ad allenarsi, poi arriva il big match: Paris Saint Germain – Lione. Durante la rifinitura, Gunnarsdottir vomita tre volte. Il giorno della partita, il tecnico, Jean-Luc Vasseur, le chiede se la sentiva di entrare all'intervallo. "Dovetti dire di no. Non ero io, non lo farei mai. Ma era davvero troppo. Così, una settimana dopo, l'ho detto a tutti". Smette di giocare, vola in Islanda, "dove avrei potuto capire i medici nella mia lingua madre e stare con mia madre, il mio compagno e la mia famiglia", il club la aiuta con le pratiche burocratiche. Ma.
"Non avevo motivo di pensare che qualcosa potesse andare storto. Finché non ho ricevuto il mio primo stipendio – racconta ancora la calciatrice - Tutto quello che è stato depositato è stata solo una piccola percentuale della previdenza sociale. Probabilmente un errore di trascrizione, ho pensato". Sara chiede alle sue compagne di squadra, tutte pagate regolarmente. C'è qualcosa che non va. Il tempo passa, passa un altro mese. Arriva un'altra busta paga, ancora vuota. Gunnarsdottir inizia a informarsi, mette in moto il procuratore, partono le prime email. Il direttore del settore femminile del Lione, Vincent Ponsot, è chiaro: "Se Sara si rivolge alla FIFA con questo, non avrà alcun futuro a Lione".
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"Sono in Islanda, incinta, e penso: aspetta, ho appena perso il lavoro? Ero davvero arrabbiata. Questo sarebbe dovuto essere il momento più felice della mia vita. Invece mi sentivo confusa, stressata, tradita". Nel frattempo la gravidanza va avanti, Sara pensa anche di smettere una volta diventata mamma, intanto da Lione nessuno si fa sentire. Alcune compagne sì, così come il medico e altri fisioterapisti. Dalla dirigenza, nessun messaggio. "Poi un giorno, in mezzo a tutta questa follia… sono entrata in travaglio. Diventare mamma è stata un'emozione indescrivibile. Così sono tornata a Lione, a gennaio, insieme al mio compagno Arnie e a nostro figlio Ragnar".
Il ritorno in campo però è strano: in allenamento qualcosa è diverso, durante le trasferte le viene vietato di portare il bambino "perché avrebbe potuto disturbare i giocatori sull'autobus o sull'aereo, se avesse pianto per tutto il viaggio". Intanto la controversia con il club va avanti: Sara ha diritto al suo stipendio e la parola fine viene scritta a maggio, quando la Camera di risoluzione delle controversie della FIFA ha stabilito che Bjork Gunnarsdottir aveva diritto al pagamento completo per tutta la durata della gravidanza e fino all'inizio del congedo di maternità durante la sua permanenza al Lione. Una parola storica, una pagina fondamentale. Perché da quel momento la Fifa, su pressioni del sindacato FifPro, ha adottato nuove norme sulle condizioni di lavoro della calciatrici professioniste, con particolare riguardo ai diritti di maternità. Congedi di maternità retribuiti, libertà di scelta se proseguire o meno l'attività agonistica, possibilità di richiedere mansioni alternative, tutele contro i licenziamenti discriminatori, spazi adatti per allattare o estrarre il latte, flessibilità degli allenamenti. Nello stesso anno, la FifPro ha pubblicato anche le Linee guida per il ritorno al gioco postpartum, con Sara Gunnarsdottir all'interno della task force che ha elaborato il documento.
"Prima del 2021, quando le normative sulla maternità sono entrate in vigore, non c'era nulla, zero. Quindi, le giocatrici non avevano nulla su cui fare affidamento, almeno a livello internazionale – ha spiegato Gomez Bruinewoud, direttrice legale della FifPro - È fantastico vedere che anche le normative si sono evolute, ma c'è ancora molto lavoro da fare. Il caso di Sara ha contribuito enormemente a diffondere il messaggio."
"La vittoria mi è sembrata più grande di me – racconta ancora la calciatrice, oggi al Al-Qadisiya dopo due anni alla Juventus - Mi è sembrata una garanzia di sicurezza finanziaria per tutti i giocatori che desiderano avere un figlio durante la loro carriera. Che non si tratta di un "forse" o di un'incognita. Sono molto fiduciosa per il calcio femminile. C'è molto da festeggiare. Le strutture? Gli investimenti? Il livello? I tifosi che riempiono lo stadio? Siamo arrivati fin qui. È innegabile. Ma la realtà è che, per quanto riguarda la cultura generale, c'è ancora molto lavoro da fare. Meritiamo di meglio". Come tutte le donne e tutte le lavoratrici.





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