Asif Kapadia racconta la leggenda del Liverpool Kenny Dalglish in un documentario intenso e politico, che unisce calcio, memoria e denuncia sociale.
Pochi nel panorama cinematografico mondiale hanno rivoluzionato la narrazione documentaristica del nuovo millennio come Asif Kapadia. Il regista inglese, vincitore del Premio Oscar nel 2016 per il documentario sulla tragica e divina figura di Amy Winehouse, ha riscritto i canoni del documentario classico offrendo una nuova prospettiva visiva e narrativa che ha modernizzato ulteriormente il linguaggio filmico documentaristico. Nessuna ripresa frontale o banali inserti video: Kapadia utilizza soltanto filmati d'archivio. Ci gioca, li sminuzza fino a renderli vividi, impregnando il tessuto filmico di un significato sociale che va oltre le immagini. Ma, soprattutto, mantiene un'idea prettamente cinematografica, non abbassandosi mai a canoni documentaristici, spesso involontariamente, troppo televisivi e quindi, allo stesso tempo, meno valorizzanti.
«Il mio primo amore è stato il calcio. Tifo Liverpool e quando avevo quattro o cinque anni ho iniziato a farlo perché un mio amico ne era tifoso. La mia famiglia sosteneva altre squadre, ma io scelsi la fede dei Reds» ci racconta Kapadia in conferenza stampa, durante la 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, dove ha presentato il suo nuovo film "Kenny Dalglish". Dopo aver parlato delle figure di Senna e Maradona nei precedenti omonimi documentari, e dopo aver seguito — insieme al regista Joe Sabia — Federer nei suoi ultimi dodici giorni di carriera prima del ritiro, Kapadia torna al cinema raccontando una figura meno conosciuta, ma pur sempre travagliata: Kenny Dalglish, bandiera del Liverpool e protagonista della storia del calcio inglese, capace di incantare migliaia di tifosi, compreso il regista, che ci ha confidato: «Il mio calciatore preferito era Kenny Dalglish. Avevo il suo poster in camera».
Una favola scozzese
Kenny Dalglish nasce in Scozia, a Glasgow, da una famiglia protestante. Il padre, tifoso dei Rangers, lo porta allo stadio: lì Kenny si innamora, è colpo di fulmine. Comincia a dare i primi calci al pallone in un campo trasandato, diverso da quelli curati dalle scuole cristiane dove la madre non lo lascia andare a giocare. Ironia della sorte: pur provenendo da una formazione protestante e da una famiglia tifosa dei Teddy Bears, Dalglish inizia la sua carriera nelle file del Celtic, dove resta nove stagioni di fila, collezionando 338 presenze e 173 reti. Nella stagione '77-'78 vola in Inghilterra, al Liverpool, raccogliendo la pesante eredità di Kevin Keegan. Dalglish si trasferisce per vincere trofei importanti e, soprattutto, per farsi un nome nel panorama calcistico mondiale. Con i Reds colleziona poco più di cinquecento presenze in tredici stagioni, cinque delle quali le passa anche in panchina, da allenatore, ricoprendo quindi il doppio ruolo.
Kapadia ci mostra un Kenny Dalglish trionfante, sia sul campo che nella vita, ma non tralascia mai l'uomo prima del calciatore ("Se racconti solo il calciatore, non stai raccontando davvero lui. Bisogna parlare anche dell'uomo, di ciò che resta dopo la partita"), mostrandoci anche le sue sfaccettature più oscure. Due infatti sono i punti chiave del documentario: la strage dell'Heysel e quella di Hillsborough vissute in prima persona dallo scozzese, segnando una ferita profonda nella storia del calcio e nella vita di Dalglish.
Ferite aperte
Sono i filmati d'archivio — montati e legati magistralmente da Matteo Bini — a raccontare il dramma delle due stragi. Il documentario sfrutta, con rispetto, la figura di Dalglish per raccontare il tessuto sociale dell'epoca. Kapadia, nell'opera, decide di imprimere un'evidente dimensione denunciatoria contro l'establishment thatcheriano e contro il sistema mediale dell'epoca (i titoli falsi del Sun dopo la strage di Hillsborough), correlando implicitamente il tutto ai moderni abusi di potere.
Sulla strage dell'Heysel, come scrive in Morti di Tifo il giornalista SimonPietro Giudice: «le istituzioni del calcio sono i mandanti di una strage che poteva essere evitata», Kapadia di certo non evita di parlare del discorso politico e istituzionale, usando il volto di Kenny Dalglish — disorientato e spiazzato — come specchio di una nazione in preda a un clima di violenza alimentato da chi la stessa dovrebbe combatterla. Non si può dimenticare la battaglia del calciatore scozzese per le famiglie coinvolte nella strage di Hillsborough: sempre in prima linea per la sua gente, il suo popolo, la sua famiglia. Scorrono tortuose le immagini del Liverpool che si rifiuta di giocare e di una città vestita a lutto: il campo di Anfield riempito di fiori nel ricordo delle vittime, e sempre Dalglish, ormai mutato e cambiato per sempre, che combatte insieme a sua moglie per la verità e per il rispetto delle novantasei persone che da Sheffield non sono più tornate a casa.
«Sono cresciuto in un quartiere povero di Londra, e Liverpool era una città povera. La sua realtà politica mi faceva sentire parte di quella stessa storia, come se avessimo qualcosa di profondo in comune», racconta sempre Kapadia in conferenza stampa. L'esigenza del regista di portare sullo schermo una storia sportiva — anzi, una storia calcistica — per raccontare quella Liverpool operaia e proletaria, che si scontrava contro un establishment marcio e corrotto, è il punto forte di un film importante, che racconta la storia di un uomo e un pezzo di storia di una città vinta e vincitrice.
Le voci di Dalglish, dei compagni Alan Hansen e Graeme Souness e della moglie Marina ci guidano in un viaggio di cento minuti che, nel puro stile di Kapadia, ci immerge nella vicenda di un calciatore che ha conquistato ogni traguardo sportivo possibile, ma la cui vita è stata profondamente segnata dalle stragi, impresse profondamente nei suoi occhi. Un documentario che, però, affronta questioni sociali senza peli sulla lingua, con un ritmo incalzante che cattura lo spettatore dall'inizio alla fine.





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